Grazia Deledda: Canne al vento

Grazia Maria Cosima Damiana Deledda, nota semplicemente come Grazia Deledda o, in lingua sarda, Gràssia o Gràtzia Deledda (Nuoro, 28 settembre 1871 – Roma, 15 agosto 1936), è stata una scrittrice italiana vincitrice del Premio Nobel per la letteratura 1926.

Canne al vento è l’opera più nota della Deledda, pubblicata nel 1913 come tante altre opere è dapprima uscita a puntate su un periodico e poi pubblicata in un unico volume. Il romanzo procede su diversi piani temporali: uno di essi narra la storia della famiglia Pintor, una casata nobiliare sarda il cui capofamiglia, Don Zame, è un uomo superbo e autoritario che controlla le figlie e le tiene chiuse in casa per difendere il prestigio e l’onore della famiglia. 

Un giorno, però, una delle figlie, Lia, riesce a fuggire di casa e a imbarcarsi per Civitavecchia. Furioso per il disonore gettato così sulla famiglia, Don Zame decide di inseguire la figlia ma viene trovato morto vicino un ponte poco fuori del paese dove vive la famiglia. 

David Herbert Lawrence (1885-1930)
Fonte: Getty-Images

Lia, arrivata a Civitavecchia, conosce un uomo che sposa e da cui ha un figlio che chiama Giacinto. Il secondo piano narrativo comincia con il ritorno di Giacinto, orfano di entrambi i genitori, alla casa della madre in Sardegna. Qui trova una casa impoverita dove le tre sorelle superstiti di Lia cercano di sostenersi con i pochi averi rimasti, gestiti dal fedele servo Efix. L’arrivo del giovane, pur suscitando sospetti e sentimenti contrastanti, viene vista come una speranza di rinascita per l’intera casata.

Si tratta dell’opera più complessa della scrittrice sarda, in cui si analizzano gli effetti dei rapidi mutamenti della modernità nella quotidianità di società ancorate a modi di vita tradizionali, in particolare qui è l’impostazione rigidamente patriarcale della famiglia ad essere messa in evidenza. 

A questi piani si aggiungono quelli tradizionali della narrativa deleddiana: l’ambientazione in una Sardegna selvaggia, arcaica e dal sapore mitico, l’ineluttabilità del fato che governa il destino degli uomini e gli uomini stessi, schiavi della loro natura e dei loro sentimenti.

Grazia Deledda vince il Premio Nobel per la letteratura proprio grazie a Canne al vento.

Nella formazione letteraria della Deledda si sente forte l’influsso della letteratura russasoprattutto delle opere di Lev Tolstoj, con cui la scrittrice sarda aveva preso confidenza fin dalla giovane età. Queste influenze contribuirono alla formazione di un’intellettuale in grado di scrivere romanzi con una forte eco a livello europeo, e a testimonianza di questo ci sono le grandi attestazioni di stima da parte di autori famosi.

Si è quindi di fronte ad un’autrice in grado di assorbire e rielaborare le lezioni dei grandi romanzieri, i russi su tutti, ed usarle per modernizzare la letteratura italiana e farla dialogare con quella europea. Un’operazione che rende difficile collocare la Deledda in una precisa corrente letteraria. Al netto dei giudizi negativi da parte dagli altri letterati sardi, la critica letteraria italiana ha mostrato difficoltà nel capire l’opera della Deledda

I primi critici che si sono approcciati ai suoi lavori, considerate le ambientazioni dei suoi romanzi ed i temi trattati, l’hanno collocata all’interno della scuola verista, definendola addirittura come erede di Verga, ma l’opera della Deledda differisce non poco da quelli che sono i capisaldi del Verismo.

La Sardegna descritta dalla Deledda risente l’influsso delle letterature russe, e vieni quindi raccontata con toni fiabeschi e, in definitiva, poco aderenti alla realtà. Inoltre le storie raccontate nei suoi romanzi risentono sempre di una certa impronta autobiografica, altra cosa che impedisce di avere quel distacco con la narrazione che, invece, è elemento caratterizzante della narrativa verista.   

Se è vero che nelle opere di Grazia Deledda sono presenti delle differenze importanti rispetto al Verismo, è anche vero che si trovano punti di contatto non indifferenti con i lavori della corrente letteraria. Saltano subito agli occhi i temi del fato e quello della famiglia popolare caduta in disgrazia, rintracciabili anche nel “I Malavoglia” dello scrittore siciliano e icona del Verismo, Giovanni Verga (1840-19

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